11 giugno 2020

Torino

Mi sono segnato su un taccuino le risposte dei colleghi alla domanda: “Hai voglia di riaprire?”

– No.

– No, così è solo un casino.

– Sì per il lavoro ma se devo ammetterlo sarei rimasto a casa visto tutto.

– Sì ma tanto non verrà nessuno

– Io non riapro, ci vediamo a settembre.

– Rimango su appuntamento, quindi è un sì incerottato.

– No, no e anche no.

– Prima fossi andato bene ti avrei detto di sì, figurati ora.

– Ci penso e fra una settimana ti dico.

– Mah, in fondo mi sono saltato un paio di casini, potrei anche dire di sì.

Non ho fretta ma apro la serranda, sennò sto a casa a fare che cosa?

– Vediamo se mi fanno contento, più che altro per rimanere da soli in galleria, rimango da solo a casa.

– Tengo famiglia. Apro anche per quello.

– Se non apro, con quello che faticavo prima, faccio prima a non riaprire.

– Da morire!

Ci sto ancora pensando, ma nel mentre guardo anche gli altri che fanno.

– In teoria sì, ora vediamo

– Sì, alla fine sì ma per altro, non per l’arte.

In mezzo mi ci sono messo anche io. Mi sono risposto in un marzulliano senso di appartenenza.


27 maggio 2020

Da qualche parte tra una scarpata ed una farnia

Se posso eludere domande, di questi giorni ne faccio una professione agonistica. Da degno erede svogliato dei signorotti di campagna, scendo come se adoperassi un biroccio (il calesse a due ruote di altra epoca), vado in paese ed anche al banco frigo, alla richiesta della Robiola di Roccaverano mi inchiodano: “Ma l’arte, come va?”. Un caustico: “E che ne so, signora mia!” ammattirebbe il brusio aleggiato nella stanza ma mi lancio in un breve ma compiuto discorso sulle variabili nel settore, senza omettere differenze continentali e convenzioni del mercato visto la pandemia e la crisi mondiale che… . Ridicolo andare oltre ma ho proseguito, non scavallando i dieci minuti canonici ma facendo mettere radici fuori dalla porta ad una vecchietta che indubbiamente mi ha scatenato alle calcagna una dozzina di martiri cristiani avvezzi alle apparizioni notturne a petulanti chiacchieroni. La realtà signora e con lei le beghine sparse per il mondo, e che non so che cose affermare e perciò metto una Babilonia di concetti ammonticchiati. Non so perché gli artisti non si siano recati sotto le sedi del comune, del governo, degli assessorati e facendosi concedere benefit e prebende cardinalizie. Non capisco come mai, nemmeno in una tale pacioca, dove diguazziamo l’unica idea del settore dell’arte sia che quello che non ci sia stato dato prima ora c’è lo si deve concedere. Subito, perdiana! Io, se fossi chi so io, me la riderei, appoggiando la porta. Ma nelle interviste, a foto in bianco e nero e sguardi da fotoromanzo, spuntano un paio di concetti da parte d’intervistati illustri. Sempre “l’istess”, con vena più drammatica, sfumature geologiche. E poi non so perché giugno sarà come settembre, solo che ci tocca lo scatto corto da centometrista, due mesi o meno e poi ognuno ad aprire sedi alternative, a mettere installazioni nei prati e nei parchi (qualcuno ne disserta come il futuro), a comunicare su facebook, instagram, twitter, tiktok, whatapp, messaggi, mail. Ci sono troppi video, troppa gente che mette la sua opinione, troppi che hanno battezzato il periodo come la libertà del dire e fare ciò che mi pare. Perché prima ero in casa, me lo devono. La nipote della signora del banco frigo domani avrà la lezione d’arte, la connessione regge, la professoressa è giovane e c’è la dovrebbe fare. “Ma per me è un anno perso” mi cinguetta la madre, spuntando dalla cucina, “bisogna fidarsi che ognuno faccia il suo, non siamo pronti, ci voleva ancora del tempo”. Ed invece avverrà ad accelerazione da Cern. Ci saranno più schermi, meno contatti, più discrezione e meno censure. I miei progetti sono saltellati di mese in mese ma proseguono, gli artisti si armano (ma niente picca), ci si adatta. Non siamo mai partiti con il favore del pubblico, le quote ci hanno sempre remato contro e gli allibratori, non ne parliamo. Però io, prima di rimpostare altre mostre e finire di correggere bozze, mi porto a casa anche una dozzina di cioccolati alla nocciola. Secondo me vinceremo solo ben pasciuti e meno impostati.


Castell’alfero, 25 maggio 2020

Maquis

maquis ‹makìs. m., fr. [adattam. dell’ital. della  macchia (v. macchia2)]. – 1. Nome con cui sono indicate, nella regione francese della Provenza e in Corsica, le zone a terreni aridi calcarei dove si sviluppa una tipica macchia forestale mediterranea detta gariga garriga2. a. Durante la , movimento e organizzazione francese di resistenza all’occupazione tedesca (cfr. l’espressione darsi alla macchia). b. Partigiano, appartenente alla resistenza francese (in questo sign., anche maquisard). Ci atterremmo alla definizione 1.

Dalla prima regola del libro delle convenzioni del gallerista:

I pensieri del gallerista non appaiono mai sul sito o su piattaforme dell’azienda.

Quale dovrebbe essere la direzione da seguire di una galleria in mezzo ad una mareggiata è una faccenda che ha anche del figurato. Una struttura architettonica galleggia in mezzo al mare solo se fosse possibile attuare delle magherie. Peggio ancora se fossimo ostinati a mantenerla immobile scossa dalle onde, con una virgola d’interesse nell’assistere all’ondante movimento di quella massa d’acqua carica di vita e di relitti. Flutti, è una questione di sedersi sulla rena o prendere coraggio, salpando o circumnavigando persin a piedi quell’intoppo che non si è generato da una polla o da un travaso da ingrossamento di una bialera ma dal peggioramento di un malessere che aveva chiari segni di un incancrimento di un arto forse già sifolino. I galleristi non scrivono e se lo fanno omettono il loro operato. Quando scrivono adempiono ad un compito (comunicato stampa semper gloria) o ad una stringente necessità (in molti mozzerebbero ogni contatto con la comunicazione se le arti si fossero imbellettate meglio) ed invece dall’isolotto in cui si sono confinati avrebbero necessità di raccattare da terra una bottiglia, riempirla di pensieri e lanciarla all’orizzonte nella stringente speranza di rivedersela tornare indietro. Sono fantasie, sono scritture da pennivendolo ma da figlioccio dell’arte mi par esser poco zelante se derubricassi i mesi trascorsi con il suono sferragliante della serranda che s’alza. L’aziendalismo ha i suoi limiti ed in questo mestiere è una copertura santificante alle peggiori logiche. Micragnerie se si cerca di elargirsi benefici dovuti alla libera impresa e alla bellezza delle idee e della loro resa oggettuale. Fare arte, concepire arte non è un’opera pia, una caritatevole missione di facoltosi (e dunque per tratteggio letterario, svogliati) imprenditori, perdigiorno, signorotti. Ma l’errore è nella neghittosa condizione in cui il gallerista si è scaraventato, dandosi il compito di reggere i muri della propria impresa senza metterci l’intellettualità personale. È stato un lento decampare, fatto di soste pensierose e ammissioni di sconforto visti i passati fasti o le lontane sconfitte. Scantonando viuzze, spasseggiando per decine di minuti, a Torino, puoi raggiungere la maggior parte degli avamposti creativi. Siamo recintati in quartieri sicuri. C’è l’impressione di aver a che fare con una tranquilla navigazione, una bomboniera che odora di cipria. L’inganno che l’aria sia tersa è l’incantesimo che siamo riusciti ad imporre sino alla peggiori conseguenze, ci abbiamo creduto. Servirebbe più merda, meno fenogliana architettura.