
480 ORE DI LUCE Arte, Scienza ed Ecologia Ambientale è la mostra personale di Roberto Ghezzi che riunisce trenta opere tra Naturografie©, fotografie stenopeiche, monotipie, piccole pitture a olio, disegni, video e taccuini di viaggio come frammenti di una geografia interiore. Ghezzi agisce in modo fluido, in ascolto profondo della natura, che intreccia spazio, tempo, memoria e luce. Ogni opera è testimonianza di un passaggio: una traccia lasciata da un corpo e da uno sguardo in cerca dell’essenziale, ai margini del mondo. In lui opere e vita coincidono. Artista cosmopolita, nomade, visionario, poliedrico, interdisciplinare e al tempo stesso solitario,
Roberto Ghezzi (Cortona 1978) nasce in una famiglia di scultori e si laurea in pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze. La sua ricerca è incentrata sull’ambiente e sulla relazione tra natura ed essere umano. Tra i maestri di riferimento della sua poetica, pur con linguaggi differenti, spiccano Giuseppe Penone e Alberto Burri, entrambi artefici di nuovi orizzonti in cui arte, materia e tempo si incontrano.
Nutrito da questa doppia linfa, Ghezzi costruisce un linguaggio autonomo: un patto personale e silenzioso con la natura, in cui l’artista è testimone, facilitatore e custode di un processo creativo condiviso con il paesaggio stesso.
La sua ricerca nasce dall’intreccio tra esperienza intima e necessità di raccontare un mondo di bellezza assoluta. In spazi remoti e silenziosi, carichi di emozioni e meditazioni, Ghezzi si muove lentamente, con lo sguardo aperto su orizzonti infiniti. È un viandante contemporaneo che si ferma, osserva, ascolta, per restituire una visione profonda in cui la natura è protagonista e narratrice di se stessa; una figura che ricorda il Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich, sospesa tra
contemplazione e appartenenza al paesaggio. In questa epoca segnata dalla crisi climatica, in cui i ghiacciai si ritirano, i mari avanzano e le stagioni perdono il loro ritmo, le opere di Ghezzi assumono un valore di testimonianza e di memoria. Opere che nascono durante lunghe residenze in territori remoti e spesso estremi — Islanda, Alaska, Svalbard, Patagonia, Groenlandia, Nepal — dove la natura è viva, potente, intransigente. Il gesto artistico diventa un atto di rispetto, di ascolto e di memoria. Qui, il paesaggio non è sfondo ma interlocutore, capace di determinare il ritmo del corpo, il respiro e il gesto creativo.
Questi territori, dalla bellezza selvaggia, costringono l’artista a misurarsi con i propri limiti fisici ed emotivi: ogni passo è atto di resistenza e devozione.
Nel progetto The Mountain’s Eyes, realizzato in Nepal in partenariato con il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Torino, con il contributo scientifico di Rodolfo Carosi, Chiara Montomoli e Salvatore Iaccarino, l’artista ha raggiunto il campo base dell’Annapurna (8.091 m s.l.m).
Ha attraversato zone impervie fino a 5.000 m di altitudine, portando con sé taccuini, materiali e strumenti essenziali per il lavoro. Come scrive nei diari: «Fatica, sudore, domande e pensieri, bellezza infinita e forse felicità». Invaso da entusiasmo, sopraffatto da un sentimento potente e illuminato da un respiro ampio, vive la creazione come estasi e tormento michelangiolesco: gioia e prova estrema. Durante il cammino ha raccolto 64 lattine abbandonate, trasformandole in camere oscure: un foro, carta fotografica sensibile, venti giorni di esposizione — 480 ore di luce. Tempo in cui la luce ha lavorato ininterrottamente, imprimendo le immagini della montagna. Un caravaggismo contemporaneo in cui il fascio luminoso svela la scena.
«Tutto rimane impresso su queste carte, tranne gli uomini… Forse le montagne ci guardano senza vederci».
Con il progetto Iceland Still, Ghezzi esplora i paesaggi vulcanici e glaciali dell’Islanda, dove il tempo è plasmato dalla luce. In collaborazione con il fotografo Antonio Manta e l’operatore di droni Leonardo Vianello Mizar realizza lunghe esposizioni che diventano strumenti di ascolto: vento, acqua e nuvole tracciano segni invisibili che la fotografia rivela.
In queste opere il tempo non è misurato in minuti o ore, ma si dilata in un presente continuo, un “qui e ora” che ingloba passato e futuro in un unico istante. È la sospensione in cui l’osservatore percepisce che ogni momento è irripetibile e, allo stesso tempo, parte di un flusso infinito. La fisica quantistica suggerisce che il tempo non scorra in modo lineare, ma che ogni attimo coesista con gli altri, come onde che si sovrappongono. Nelle immagini di Ghezzi questa teoria si fa esperienza visiva. La lunga esposizione non cattura solo ciò che appare, ma registra ciò che accade tra un istante e l’altro, ciò che normalmente sfugge allo sguardo.
«La magnifica ossessione di inseguire qualcosa che non sarà mai raggiunto». Qui la lentezza è misura del tempo, e la citazione di Sant’Agostino trova eco: «Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede,
non lo so più».
Alle Svalbard, con il progetto Polar Stream, in collaborazione con Fabiana Corami del CNR – Istituto di Scienze Polari e il videomaker Leonardo Mizar, l’artista traduce in immagini il mutare dei ghiacciai, i suoni e il fluire delle correnti polari. C’è una consapevolezza nostalgica nel documentare queste masse di ghiaccio millenarie, sapendo che la loro forma, estensione e persino il loro colore stanno cambiando in modo irreversibile. La proiezione avvolge lo spettatore nel silenzio dell’Artico, interrotto solo dal suono profondo del mare, evocando i landscapes of longing di Caspar David Friedrich. In queste immagini il paesaggio diventa specchio di uno stato d’animo: vasto, silenzioso, intriso di attesa, capace di far percepire allo spettatore la propria piccolezza e, insieme, la propria connessione con l’infinito. È un’esperienza immersiva che unisce meraviglia e perdita.
Per le sue Naturografie©, termine da lui coniato, Ghezzi cerca luoghi specifici, urbani o naturali, in cui immergere per tempi prolungati tele grezze in acque di mari, fiumi o laghi. Durante settimane o mesi, elementi organici si depositano sul tessuto, generando segni pittorici dai toni naturali che rivelano paesaggi e immagini che raccontano un processo in continua trasformazione: la cronaca silenziosa di ecosistemi che mutano sotto i nostri occhi. In queste superfici sospese si percepisce un’atmosfera vicina alle campiture emotive di Mark Rothko. Come scrive Rainer Maria Rilke:
«Essere qui è meraviglioso. Tu lo sapevi».
Incontrare Roberto Ghezzi significa lasciarsi attraversare dal respiro lento della natura, accogliere il caso come compagno di viaggio e scoprire che il tempo non si misura più in ore, ma in tracce. Il suo lavoro non rappresenta il paesaggio: lo attraversa, lo ascolta e lo restituisce come esperienza viva. È diario visivo e testimonianza di un incontro fisico, relazionale e spirituale, dove la sfida con gli elementi si intreccia con la ricerca interiore e la necessità di lasciare traccia. Nei territori ai confini del mondo, l’opera di Ghezzi racconta la ricerca di un artista che unisce esperienza fisica e visione interiore, dando vita a creazioni che sono insieme testimonianza del paesaggio e riflesso dell’essenza, evocando le più alte aspirazioni umane.
Elena Radovix
